Dundula l’altalena, di Davide Romagnoli

Davide Romagnoli

Dundula l’altalena in mess ai câ
i câ, i câ, che enn mai a sè, culurâ
cun i culûr d’i fenester, grîs o trücâ,
cui tênd sbandunâ dal vent. Quj câ
sensa vergogna, sensa lüs de vêr, inscì
luntan d’i alter câ, inscì luntan d’i alter citâ
inscì luntan da tütt che tütt el par istèss.
La dundula lì l’altalena, in mess ai câ,
quj cà che canten i cant de nott d’inverna
e i sò uciâ de veder guarden i cadèn balà
invidiûs, e i sò cavej moss dal vent che passa:
a mò de spirit o de fantasma, le, cul ritmo
de’n respîr sulitari, fiûr de anema grisa,
inscì grisa, de un grîs che lüsiss, altalena,
lì, in mess ai port, sbandunâda de par lè
suta aj fenester, amò a drè a cingulà el vöj
al saûr de rüsen, propri lì, sü la sò lengua
o de sal, si, o de ‘na qualsiasi ferida verta.

Dondola l’altalena in mezzo alle case / le case, le case, che non bastano mai, colorate / con i colori delle finestre grigie o truccate / con le tende abbandonate dal vento. Quelle case / senza vergogna, senza alcuna luce di vero, così / lontane dalle altre case, così lontane dalle altre città / così lontane da tutto che tutto sembra lo stesso. / Dondola lì l’altalena, in mezzo alle case, / quelle case che cantano i canti delle notti d’inverno / e i loro occhiali di vetro guardano le sue catene danzare / invidiosi, e i suoi capelli mossi dal vento che passa: / come spirito o fantasma, lei, col ritmo / di un respiro solitario, fiore di anima grigia, / così grigia, di un grigio che luccica, altalena, / lì, in mezzo alle porte, abbandonata a se stessa / sotto le finestre, ancora cigolando il vuoto, / il sapore di ruggine, proprio lì, sulla sua lingua / o di sale, si, o di una qualsiasi ferita aperta.

Le poesie servono per dare voce alle cose, a quelle cose che non possono aver voce, e parlano attraverso il parlare del poeta, da sole, come se questi non fosse altro che un tramite, un filo elettrico che trasmette un impulso e lo irradia, rendendolo così decifrabile a orecchie lontane.

Nella poesia di Davide Romagnoli il suono del suo mondo di origine, il mondo ordinario e senza scopo della periferia, si amalgama al suono di chi, prima di lui, ha tentato di evocare quello stesso mondo ordinario, quelle stesse cose abbandonate e consunte. E questo sovrapporsi, mescolarsi, è limpido, senza maniera o imitazione. Dentro Romagnoli c’è Franco Loi, c’è la poesia milanese, c’è tanta, tanta poesia europea, eppure ha trovato la sua strada, conferendo pathos, dando anima e spessore agli oggetti inanimati di cui parla.

Mentre tanti poeti partono da se stessi, dal proprio io che diviene sentimento e profonde nelle cose, Davide Romagnoli ha fatto l’opposto: è partito dalle cose, e, nella sua ricerca, nel suo modellare parole consumate, una lingua in disuso come ciò di cui scrive, ha torvato il modo di infondervi il suo essere; al punto che scriverne appare quasi superfluo. Non si scrive mai di poesia, si scirve intorno alla poesia: quando questa trova la sua riuscita, e provoca un grande brivido, e un senso di malinconico stupore, non può essere discussa, sezionata ma vissuta, come un viaggio, un amore.

 

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Davide Romagnoli, milanese. insegna letteratura in una scuola privata superiore. Oltre a scrivere poesia, compone musica e scrive per il cinema. Ha pubblicato nel 2018 El silensi d’i föj druâ, per Marco Saya Edizioni, raccolta di poesie in milanese, in quel particolare milanese che si parla (si parlava) nei paesi a sud-est della città.

In copertina: Eric Vondy, Empty playground, 29 dicembre 2011.

Gabriele Stilli
Gabriele Stilli

In tenera età sono stato stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Mi sono rassegnato, da diversi anni, a includere l’arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutro ancora qualche dubbio, però.