Black Panther: la rivoluzione passiva della Marvel

Black Panther

Venerdì 28 agosto è morto Chadwick Boseman, attore conosciuto al grande pubblico soprattutto per l’interpretazione di T’Challa, il re/supereroe protagonista di Black Panther. Scrivere coccodrilli non è nello stile di questo sito, preferiamo piuttosto cogliere le occasioni. E questa è un’occasione appunto per parlare, a due anni dall’uscita, del film che l’ha resto famoso in tutto il mondo: Black Panther. Un film di cui abbiamo già parlato in occasione degli oscar 2019, ma su cui si può dire qualcosa in più.

Intanto, sul genere: i film dei supereroi non sono considerati cinema “alto”, “autoriale”. Non sono considerati “cultura”. Certo, non tutte le ciambelle escono con il buco, e mi rendo conto che alcuni di questi film non siano precisamente degni di essere ricordati. Inoltre, c’è un’altra questione: è indubbio che tutti, ma proprio tutti, questi film hanno come loro scopo primario quello di vendere, di far fare soldi ai produttori. Sono insomma delle merci, culturali quanto si vuole, ma delle merci. E, come tutte le merci, sono fatti per piacere al grande pubblico. L’utilizzo di effetti pirotecnici e di cliché narrativi e cinematografici servono precisamente a questo scopo.

Eppure, è un genere che amo. E di cui penso sia importante parlare. In particolare della serie X-Man e del ciclo MCU. I prodotti artistici – o culturali sui generis – godono infatti del privilegio dell’eterogenesi dei fini. In altre parole non sempre ciò che ne anima la loro prima ragion d’essere: celebrare il mecenate, rendere omaggio a una divinità, propagandare una concezione del mondo, arricchire gli investitori…, si riflette in modo meccanico nell’esito finale. Se così non fosse ogni epoca storica dovrebbe apprezzare soltanto le proprie espressioni artistiche, senza connessione alcuna con ciò che è venuto prima e che verrà dopo.

Fortunatamente, non è così.

Detto ciò, di che parla il film?

Beh, iniziamo con il dire che il Black Panther si inserisce in un ciclo narrativo lungo 12 anni, 23 film, tre “fasi” narrative, una saga, la Saga dell’Infinito, e un numero imprecisato di filoni narrativi che confluiscono nel (quasi) finale: Avengers: Endgame[1].

Chadwrick bosemanCome spesso nei film MCU, almeno a partire dalla “fase due” ossia dopo il primo film sugli Avengers, i film monografici servono per dare spiegazione della presenza di nuovi personaggi già visti, introdotti ex abrupto (o, per meglio dire, a capocchia) altrove.

Il caso di Black Panther è esemplificativo. T’Challa lo incontriamo senza sapere chi sia[2] in Capitan America: Civil War, in cui elargisce pizze a destra e a manca come solo i supereroi della Marvel sanno fare e mettendosi in mezzo a un litigio “familiare” tra Cap e Iron Man.

Siccome il personaggio è prevedibilmente piaciuto un sacco, due anni dopo la prima apparizione gli hanno dedicato un film tutto suo.

Arriviamo quindi a Black Panther. [attenzione spoiler]

Il film narra le vicissitudini di T’Challa dopo l’incoronazione a re del Wakanda, un’immaginaria monarchia dell’Africa nera, a differenza dei suoi vicini tecnologicamente sviluppatissima e che si sostenta grazie al vibranio[3]. Altra particolarità: il Wakanda è completamente isolato dal resto del mondo, nelle cui faccende non si immischia e che di converso lo crede un Paese poverissimo e sostanzialmente inutile.

Ora, le attività di T’Challa sono sostanzialmente la difesa e la protezione dell’integrità del territorio wakandiano dalle intrusioni di contrabbandieri, terroristi e affini, ma, come in tutti i film di supereroi che si rispettino, un supercattivo si mette sulla sua strada. Si tratta del cugino di primo grado (figlio del fratello del padre): Erik Stevens.

Erik è la nemesi del protagonista. Coetaneo di T’Challa, è però nato nel ghetto americano e lì viene lasciato a vivere, dopo che suo padre è stato ucciso dal fratello (ossia dal padre di T’Challa) perché schieratosi dalla parte degli afroamericani in lotta. Diventato grande, Erik si arruola nell’esercito e diventa una specie di macchina da guerra: il suo soprannome, tamarrissimo, è “Killmonger”, traducibile pressappoco come “fabbricatore di morte”.

Black Panthers

Erik, come tutti i supercattivi che si rispettino, vuole vendicarsi, prendere il posto di T’Challa come re di Wakanda e muovere guerra a tutto il mondo per instaurare la supremazia nera. È una sorta di posizione speculare, e un po’ infantile a dire il vero, del White Power.

Senza entrare nel merito dello sviluppo narrativo del film, è chiaro che questa posizione, così estrema da essere una sorta di follia-non-sempre-lucida, è utile all’autore del film per poter presentare T’Challa come una persona di buon senso, in grado di smorzare gli eccessi di Erik, prendere ciò che di corretto c’è nel suo “programma politico” e instradare sulla retta via la trasformazione del mondo. Il film finisce con la Pantera Nera che svela al mondo dell’esistenza del “vero” Wakanda e che inaugura un programma di assistenza per gli afroamericani poveri che il Regno di Wakanda elargisce proprio iniziando dal ghetto dov’era cresciuto Erik.

Ora. Lo dicevamo all’inizio dell’articolo. Il film è un prodotto di consumo, di spettacolo. È cioè innanzitutto una merce. Per quanto sia sorto nel pieno delle lotte antirazziste che due anni fa, come oggi, animavano la scena politica americana (Black Lives Matter è del 2013 ormai), il suo scopo precipuo è piacere a tutti o quasi.

Per questa ragione, per quanto possa incarnare una posizione avanzata nel dibattito antirazzista, e a modo suo lo fa, sarebbe da ingenui aspettarsi che faccia proprie rivendicazioni “da estrema”, come il superamento radicale del modo di produzione vigente, cambiamento in senso rivoluzionario dei rapporti sociali, assunzione della violenza come strumento di difesa, sviluppo di una coscienza collettiva, e così via.

Non solo. Il film è americano. Cioè riflette una concezione del mondo diffusa, un senso comune fatto di individualismo (il supereroe è individualista per essenza, e anche i gruppi di supereroi in realtà sono sempre delle somme di individualità) e moralismo (il Bene irriducibilmente contro il Male).

Black PantherInsomma, c’è da stupirsi che in Black Panther ci si sia spinti sulla soglia di un riformismo coerente. Che si sia messa in scena una situazione in cui un re incanala delle rivendicazioni “dal basso”, elargendo diritti sotto forma di chance sociali per i meno abbienti e che questa strategia politica si rivolga non a una generica “umanità”, ma al popolo nero, da secoli sfruttato e oppresso. Che insomma sia un film antirazzista.

Ma, appunto, il problema sta proprio qui. Che è soltanto un film genericamente antirazzista. Che quello che viene messo in scena non è altro se non una rivoluzione passiva: la capacità delle classi dominanti, in questo caso incarnate nella figura del re, di ammortizzare le ribellioni. Ribellioni che il film rappresenta, inoltre, in modo grottesco, stereotipato, limitandosi ad osservare il fenomeno (la ghettizzazione) senza però farci comprendere le cause che l’hanno prodotto. Il centro del film, al contrario, è l’azione del potere, la gentile concessione di diritti da parte di chi possiede privilegi. Il finale edulcorato e riformistico tradisce l’impalcatura che il film ha eretto in precedenza, se ne fa normalizzatore. Come nelle Eumenidi di Eschilo, la tragedia si stempera in modo artefatto: le istituzioni fanno svanire il mito. La ragione, la civiltà, la modernità (in una parola, l’America) giunge trionfale a risolvere il conflitto.

Senonché, non vi è pacificazione che risolva davvero le contraddizioni. Semplicemente le posticipa, creando le condizioni per una crisi ancora più virulenta: una crisi che o sarà risolutiva, oppure aprirà una fase di interregno molto pericoloso, nel quale – per citare Gramsci – «il vecchio muore e il nuovo non può nascere».

Eludendo quest’ordine di questioni, e indulgendo in un esito favolistico, edulcorato, il film finisce per cadere cosìin contraddizione, mettendo in scena la pacificazione proprio quando la demolizione dei privilegi e la trasformazione sociale inizia e quindi il conflitto si fa più duro.

Ci si può consolare dicendo che almeno di strada se n’è fatta, visto che il fumetto era stato censurato perché politicamente pericoloso (gli anni in cui sorse erano quelli del movimento Black Panther, ferocemente represso dall’FBI[4]). È innegabile. Ma ci piace pensare che di strada ne resta ancora da fare e che questo film può sedimentare la coscienza di cosa non bisogna volere per migliorare il mondo.

 


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Simone Coletto
Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.