Gli ultimi giorni di Micene: come scomparve una civiltà

micene

Nel lontano 1876 un ricco mercante tedesco di nome Heinrich Schliemann, fermamente convinto che le storie raccontate da Omero all’interno dei suoi poemi fossero genuine, intraprese una ricca campagna di scavi che portò alla scoperta del più ricco sito del secondo millennio a. C. in area egea: Micene[1].

Cosa trovò il caro Schliemann  tra i resti di una città millenaria?

La ricchezza della scoperta consiste in effetti in dei ricchi corredi funebri, completi di sudari rivestiti in foglia d’oro (anche se non presenti in tutti i casi), fibule in materiale prezioso e maschere d’oro di altissimo valore artigianale. Una così grande quantità di ori in tombe definite a fossa (Shaft Graves), cioè dei pozzetti rettangolari scavati nel terreno, ha lasciato suppore (con buona ragione) la presenza di un élite a Micene e negli altri siti in cui sono state riscontrate delle tipologie di costruzioni simili (Tirinto, Pilo[2]).

Dunque Micene, anche per la ricchezza di fonti archeologiche pervenuteci, ci appare essere il centro di un popolo (non sappiamo precisamente invero quanto coeso) che assunse un ruolo di primaria importanza negli ultimi secoli del secondo millennio a. C. Un popolo in grado di istaurare dei rapporti di proficuo scambio con le altre realtà che si affacciavano sul Mediterraneo Orientale: la più antica civiltà minoica, il molto più antico Egitto e i popoli che brulicavano in Palestina e nella penisola anatolica (l’odierna Turchia).

Micene, Tomba circolare A
Micene, Tomba circolare A

Questa complessa struttura economica trova una rispondenza nella stratificata organizzazione palaziale che si può desumere da diverse tipologie di fonti: i resti degli stessi edifici e le tavolette in Lineare B[4] che ci mostrano diverse registrazioni di carattere amministrativo ed economico.

Diverse teorie si sono proposte riguardo allo specifico funzionamento di tali complessi: a differenza del sistema palaziale minoico (nel quale Colin Renfrew vedeva un centro di potere strettamente economico) i palazzi micenei funzionavano sia come centri economici che come sede del potere delle élite governanti. Ad esempio il caso del palazzo di Pilo ben ci esemplifica l’organizzazione interna di tali strutture, piccole e compatte rispetto alle polimorfiche realtà minoiche e tutte costruite intorno al megaron, sala del trono (a quanto pare) tripartita e isolata rispetto al resto.

Inoltre risulta ancora poco chiaro il rapporto (probabilmente di sudditanza) che intercorreva tra questa realtà e le piccole comunità che sorgevano nei dintorni del Palazzo: è certo comunque (come ci mostrano le ricche tombe portate alla luce da Schliemann) che il ceto dominante era molto ricco ed ostentava tale ricchezza in diverse occasioni.

Come è stato possibile dunque che una civiltà così florida, ricca e in parte egemone nel settore della produzione ceramica (in particolare dopo il definitivo declino della Civiltà Minoica[5]) sia rovinata all’improvviso sino a scomparire dalle coste mediterranee?

Diverse ipotesi sono state elaborate a tal proposito: si è pensato a un barbaro popolo venuto dal mare pronto a depredare e poi distruggere i micenei (ma anche gli altri popoli della regione), a un sisma, a un’intensa siccità e ancora a un insieme di tutti questi fattori.

In effetti i Popoli venuti dal Mare compaiono anche nelle fonti egizie che ne registrarono la presenza sotto il regno di Ramsete III (XX dinastia) e che vennero sconfitti e ricacciati dal potente Faraone dopo difficoltosi atti militari. Non sembra comunque possibile che una civiltà in così pieno e favorevole sviluppo quale quella micenea non sia riuscita a vincere (o quantomeno a sopravvivere dignitosamente) a una simile minaccia.

Micene ritratto di donna

Un’altra ipotesi, formulata da Carpenter, riguarda una forte ed aspra siccità che portò al collasso di molte civiltà, ivi compresa quella micenea. Possibile?

Un’ultima ipotesi contempla l’attacco di truppe mercenarie che alla fine dell’Età del Bronzo si unirono e distrussero diverse civiltà del tempo (Drews).

In realtà, anche se non ne possediamo la completa certezza, è verosimile che una o tutte queste calamità si siano abbattute sui micenei, decretandone la subitanea scomparsa. Questa si può giustificare anche osservando attentamente il sistema economico e sociale dei diversi palazzi: una realtà davvero molto fragile, per nulla incline al cambiamento, mortalmente irrigidita in un complesso verticistico e chiuso.

Le distruzioni dei palazzi testimoniate dai reperti archeologici potrebbero confermare la difficile esistenza e coesistenza di una fascia piuttosto ampia della popolazione povera sottomessa a pochi individui potenti e molto ricchi. Non possiamo però dire molto di più in mancanza di fonti narrative che confermino tale assetto sociale. Micene e molti altri siti dell’epoca vennero distrutti e rimasero in uno stato di abbandono (forse) per diversi decenni.

Successivamente Micene risorgerà dalle ceneri e sarà di nuovo protagonista della storia greca: i suoi abitanti avranno coscienza (indistinta e di certo non scientifica e chiara) dei loro grandi antenati e porranno le tombe a fossa all’interno di una nuova cerchia muraria.

Un grosso iato separa la fine dei Micenei (che si colloca negli ultimi anni del XIII secolo) alla nascita delle poleis greche (VIII secolo): un periodo storico oscuro e ancora poco conosciuto ma che riconferma lo stretto legame tra i greci e i micenei.

Redazione: Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.