Incontriamo Federica Pistono, docente e traduttrice di letteratura araba

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Camminiamo gli uni a fianco degli altri, in questo mondo globalizzato, senza comprenderci, senza conoscerci e ci critichiamo, ci emarginiamo, diventiamo intolleranti gli uni verso gli altri. L’Occidente non poteva credere di rimanere indiscusso fruitore del pianeta, a danno di milioni di persone, lasciate in condizioni di povertà assoluta e indigenza.

L’Occidente deve imparare a conoscere e a rispettare le altre realtà culturali e sociali; deve conoscere la storia e capire perché ci sono state queste involuzioni culturali in paesi avanzatissimi e fortemente occidentalizzati. Involuzioni che sono delle vere rivoluzioni, le cui conseguenze catastrofiche sono state e sono tuttora pagate dalle donne e dagli omossessuali: sottomesse le prime e perseguitati i secondi.

Questo però è quel che pensiamo tutti noi occidentali ed europei di media cultura, che ci siamo visti aggrediti da un fanatismo cieco, dietro il quale si nasconde il disagio sociale, che serpeggia ovunque nelle nostre città.

È negli intenti del nostro blog fare cultura e informazione ed è per questo, che, all’ennesima polemica sulla scomparsa della ragazza pachistana, mi sono permessa di disturbare la professoressa Pistono.

Ho conosciuto Federica nel 2000, quando ho cominciato a lavorare presso il liceo Pertini di Ladispoli, dove insegnava Diritto ed economia. In quegli anni i nostri rapporti si limitavano a questioni di lavoro, poi lei si trasferì e per qualche anno non seppi più nulla.

Fu la passione letteraria a farci incontrare nuovamente e questa volta lontano dalle beghe di ufficio.

Ho scoperto così che Federica non insegnava più Diritto, perché già al tempo in cui la conobbi, era ricercatrice di Lingua e letteratura araba all’Università La Sapienza di Roma. Non paga di questa strabiliante evoluzione, la nostra amica è anche un’ottima traduttrice e divulgatrice della letteratura femminile araba.

C’è un gran parlare di scontro di cultura, di arretratezza di costumi che penalizza le donne, ma molti di noi ignorano le storie di questi popoli, le contraddizioni e la raffinatezza della cultura e della lingua stessa.

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Cara Federica, eclettica amica mia, raccontaci com’è nata la tua passione per la letteratura araba, al punto da diventarne insegnante universitaria e traduttrice di numerosi libri?

Quando ho cominciato a studiare l’arabo, sapevo soltanto che la cultura araba m’interessava e affascinava immensamente: studiavo di tutto, dalla storia alla politica, dalla grammatica alla religione. Quando la mia conoscenza della lingua araba mi ha consentito di leggere racconti e romanzi, ho capito che la mia grande passione era la letteratura, anche perché la letteratura, a partire da quella italiana, è sempre stata al centro dei miei interessi. Dalla passione per la lettura alla traduzione di narrativa, il passo è stato breve.

Come ho scritto nella premessa, sappiamo poco della storia di queste terre così lontane, ma tanto diverse dalla nostra e soprattutto dalla cultura patriarcale e maschilista. Ci camminiamo a fianco ignorandoci oppure con timore; eppure molti paesi arabi negli anni Settanta del secolo scorso erano molto avanzati sia come usi e costumi che nella legislazione. Perché l’odio per lo strapotere statunitense ed europeo è sfociato in tanta fanatica arretratezza culturale, di stampo religioso e pertanto più pericoloso?

Questa è una domanda per uno storico o un esperto di geopolitica, non per un traduttore, che lavora nel campo della lingua e della letteratura. Cercherò di rispondere ugualmente, anche se la mia non è l’opinione di un addetto ai lavori.

Secondo me, l’odio nei confronti dell’Occidente è retaggio di minuscoli gruppi di fanatici, non certo un sentimento comune nei popoli dei Paesi arabi. Al contrario, esiste un forte sentimento di ammirazione, un desiderio di emulazione, supportato, naturalmente, dal fenomeno della globalizzazione, che ha avvicinato rapidamente le condizioni e gli stili di vita dei popoli. Quello che, con una certa superficialità, viene chiamato “mondo arabo”, in realtà si compone di oltre venti nazioni, ricopre un’area che si estende dal Marocco all’Iraq. Ogni Stato ha la propria storia, i propri usi e costumi, un proprio dialetto che differisce da quello degli altri Paesi.

Ciò significa che esistono realtà molto diverse, che cambiano da Paese a Paese, da città a campagna, da Stati più ricchi a Stati più poveri. È chiaro che è più facile, per i capi jihadisti privi di scrupoli, arruolare nelle loro file giovani che provengono dalle aree più povere ed emarginate, in cui la mancanza di risorse economiche, di istruzione adeguata, di prospettive per il futuro crea nei giovani un senso di disperazione. Questi ragazzi, repressi, frustrati, privi di un futuro decente, sono spesso vittime di un indottrinamento selvaggio che li spinge all’odio, non solo verso l’Occidente, ma perfino verso i propri connazionali.

Ciò non toglie che gli Arabi, per loro natura, siano estremamente ospitali, gentili e ben disposti ad accogliere amichevolmente gli Europei e gli Americani in visita nei loro Paesi, consapevoli che l’agenda politica è responsabilità dei governi, non dei singoli cittadini.

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Vedi che, viste le tue conoscenze, hai saputo fornirci una lettura sicuramente diversa di certe questioni, senza peraltro sconfinare dalle tue competenze.

Ora torniamo al tuo lavoro di docente e traduttrice, di cui trovo affascinante sia lo studio, la ricerca ma soprattutto la divulgazione della letteratura femminile araba, nella quale è possibile conoscere le condizioni sociali, culturali e di vita quotidiana delle donne. Parlaci del tuo lavoro di traduttrice e di cosa rappresenta per te come donna, oltre che come ricercatrice e studiosa.

Tradurre da una lingua come l’arabo significa, innanzitutto, dare voce a chi non ne ha. Un romanzo scritto in inglese o in francese può essere facilmente letto in lingua originale da un buon numero di persone. Un’opera letteraria araba ha assolutamente bisogno di un traduttore. Dare voce alle donne arabe è sempre un’emozione indescrivibile. Queste scrittrici ci raccontano il loro mondo, che, come dicevo prima, non è affatto omogeneo. Ci sono Paesi, come per esempio la Tunisia, in cui le donne hanno ottenuto il divorzio prima che in Italia, e altri Paesi, come l’Arabia Saudita e lo Yemen, in cui le donne, per compiere un qualsiasi atto giuridico, devono sempre essere affiancate da un tutore. Alcuni Paesi sono lacerati e sconvolti dalle guerre, come la Siria, l’Iraq, lo Yemen, altri sono oppressi da regimi autocratici, come l’Egitto, altri ancora, come la Palestina, subiscono un’occupazione.

Le scrittrici, quindi, trattano le tematiche a loro più vicine: le egiziane ci raccontano, per esempio, i giorni eroici di piazza Tahrir; le siriane, le irachene, ci parlano di rivoluzioni e guerre, di regimi dittatoriali e speranze deluse; le palestinesi narrano le sofferenze del loro popolo; le saudite, le yemenite, le emiratine, puntano essenzialmente sulla questione femminile, ci illustrano il loro mondo diviso a metà, articolato in una compagine maschile e in una femminile, ancore rigidamente separate.

Poi ci sono le esiliate, quelle che, per sfuggire alla guerra, alla morte, o semplicemente alla fame, sono arrivate in Europa e narrano lo strazio dell’esilio.

Mi piace molto tradurre le opere a firma femminile, provo una forte empatia per queste scrittrici, a volte mi sembra di essere una di loro.

Letteratura araba

È emozionante ascoltare quello che dici e stuzzica la curiosità, per me che, come hai potuto notare nei miei articoli, spesso rivolti alle donne, vorrei contribuire alla diffusione di quello che scrivono e hanno scritto, seguendo il sottile filo della condizione femminile.

Per questo ti chiedo un aiuto su un argomento interessante, attuale e ancora poco conosciuto come la letteratura araba femminile, che solo un’appassionata e un’esperta come te può dare a me e a tutto il nostro blog, che ti ricordo è composto per lo più da giovani studiosi e avidi lettori.

Vista la pluralità e la diversità dei Paesi arabi, come accennavo prima, parlare di “letteratura araba”, al maschile o al femminile”, mi sembra riduttivo, sarebbe un po’ come parlare di “letteratura europea”, prescindendo dalle specificità delle singole letterature nazionali. Perciò proporrei di parlare di tematiche, che spesso sono trasversali a più letterature nazionali, come la questione femminile, la dittatura, le Primavere arabe e le loro conseguenze, la guerra, le migrazioni, la vita in esilio.

Le varie tematiche possono essere affrontate attraverso le opere di autrici provenienti da Paesi arabi diversi, per cogliere analogie e differenze nell’approccio alla problematica.

Per esempio, trattare la questione femminile dal punto di vista marocchino, tunisino, egiziano, palestinese, siriano, saudita, potrebbe aiutare ad aprire gli occhi sulla natura variegata del “mondo arabo”.

Letteratura arabaHai ragione Federica, come vedi sono immense le mie lacune è per questo che ho ritenuto doveroso interpellarti per ampliare le nostre conoscenze.

Credo che sia importante per noi, donne occidentali, capire le motivazioni che spingono popoli dalla cultura raffinatissima, a rimanere schiacciati da poteri religioso-politici, nei quali regna sovrana la proibizione, il silenzio, la sottomissione assoluta e l’annientamento delle diversità.

Importante perché siamo noi donne a pagare il conto più salato e perché pure in Occidente, nonostante l’abuso pretestuoso della parola democrazia e diritto, assistiamo a un’evoluzione violenta e confusa, che la questione pandemica ha acuito e forse accelerato.

Anche a questo proposito, occorre fare chiarezza. Non tutti i Paesi arabi sono oppressi dal potere religioso unito a quello politico. Vi sono Paesi, come l’Arabia Saudita, in cui vige una concezione molto restrittiva dell’Islam, altri Stati che sono laici. Spesso, comunque, un regime autocratico laico non è migliore di uno a base religiosa. Laddove non esiste democrazia, diritti umani e libertà civili sono ugualmente calpestati. Il silenzio, la sottomissione, l’annientamento delle diversità sono spesso dettati dal terrore.

Essere dissidente può significare una prigionia di vent’anni in carceri inimmaginabili, o la morte sotto tortura. Ecco perché, secondo me, è importante leggere i libri scegliendo le tematiche: a proposito di dittatura e repressione del dissenso, non si può immaginare quanto sia diffusa, nella narrativa araba, la letteratura di prigionia. La lettura dei romanzi di prigionia è importantissima per capire come funzionano certe dinamiche, in quei Paesi.

Con i libri si vive la storia da protagonisti e non da spettatori. Se l’immagine cinematografica impressiona l’occhio, la parola scritta incide l’anima e la plasma, mettendo ogni volta a soqquadro certezze di carta e fango.

Conoscere è amore ma anche tanto dolore, consapevolezza dei propri limiti, della propria impotenza. È l’umiltà di affrontare il quotidiano senza certezze, tendendo sempre una mano all’ignoto con un sorriso.

Ai nostri lettori, salutando la professoressa Pistono e ringraziandola per la sua gentilezza, annunciamo fin d’ora che da settembre approfondiremo con lei queste interessanti tematiche, molto attuali con articoli e altre iniziative, di cui vi terremo aggiornati.

 


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Silvia Leuzzi
Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre trent'anni. Sono sposata con due figli, di cui uno disabile psichico. Sono impegnata per i diritti delle persone disabili, delle donne e sindacali. Scrivo per diletto e ho al mio attivo tre libri e numerosi premi di poesia e narrativa.